int_leggenda

una leggenda che rivive

“Una coppia d’amanti
da maligna fortuna contrastati
la cui sorte pietosa e turbinosa
porrà, con la lor morte,
una pietra sull’odio dei parenti.”

E’ Shakespeare stesso a riassumere così la storia d’amore più struggente di ogni tempo, Giulietta e Romeo, nel prologo della tragedia.
La ambienta a Verona, città romantica di torri e palazzi lungo l’Adige, ma il cuore della storia batte altrove. Sui colli di Montecchio Maggiore.
E’ qui che la vicenda dei Capuleti e dei Montecchi trova le sue radici ed ancora oggi vive nelle giornate medievali della Faida di primavera e soprattutto dentro il castello della Bellaguardia, dimora di Giulietta. La sua dolcezza di adolescente innamorata eppur decisa ad opporsi ai voleri familiari, così viene descritta da Shakespeare nel secondo atto:

“Questo bocciolo d’amore, schiudendosi
all’alito fecondo dell’estate
potrà, al nostro prossimo incontrarci
dimostrarsi un bel fiore profumato.”

Non c’è luogo più adatto per rileggere i cinque atti della tragedia, che la terrazza del castello della Bellaguardia che guarda il castello della Villa, di fronte, da dove Romeo sembra rispondere:

“Ho scavalcato il muro
sopra l’ali leggere dell’amore;
amor non teme ostacoli di pietra
e tutto quello che amor può fare
trova sempre l’ardire di tentare”

E’ un nobile vicentino, passato per vicende d’armi, ad avere ispirato Shakespeare. Si chiama Luigi Da Porto (1485-1529), abita a Montorso in una splendida villa di pianura e guarda verso est, sulla collina dove campeggiano due castelli di Montecchio Maggiore. Vi erano postazioni romane sulla sommità, poi medievali. Nei primi del Duecento il castello di Montecchio è la dote di Speronella dei Bongiudei quando sposa Uguccione Pileo. Sono anni di faide e guerre intestine tra famiglie schierate in fazioni, pro e contro gli Ezzelini, pro e contro Federico II di Svevia. Ezzelino III rade al suo il castello a metà del Duecento, ma 50 anni dopo certamente le torri risorgono e fanno parte di un sistema fortificato a partire dal dominio di Cangrande della Scala.Nuove distruzioni del Cinquecento, ai tempi della Lega di Cambrai, in pieno dominio della Serenissima. E rimasero ruderi per secoli.

Ma il letterato Da Porto, sfigurato e semi paralizzato proprio nelle lotte tra fazioni venete, riversa in una novella la storia personale di un amore sfumato, quello per Lucina Savorgnan che va in sposa al suo avversario per ragioni politiche. Non riuscirà a consolarsi nemmeno con una dama padovana, e manifesterà anche nei Sonetti la sua pena. Costruisce così ,guardando ai due castelli e recuperando echi di precedenti novelle (Ganozza e Mariotto in Masuccio Salernitano e prima ancora Ovidio con Piramo e Tisbe, il Filocolo di Boccaccio) la “Istoria novellamente ritrovata di due nobili amanti, trovata due anni dopo la sua morte. E’ lui che scrive la vicenda di Giulietta e Romeo, membri di due famiglie che si odiano e che deporranno le ostilità solo dopo la morte dei due
giovani. Un sogno di pace che lui stesso non vide realizzato.

Un amore lieto, potente, un fuoco che arde negli occhi degli amanti. Ecco come ne parlano i due ragazzi:

“Separarci è un dolore così dolce
che non mi stancherei, amore mio
di dirti buona notte fino a giorno.”
(Giulietta , secondo atto, Shakespeare).

“L’amore è vaporosa nebbiolina
formata dai sospiri;
se si dissolve, è fuoco che sfavilla
scintillando negli occhi degli amanti;
s’è ostacolato, è un mare alimentato
dalle lacrime degli stessi amanti.
Che altro è più?Una follia segreta,
un’acritudine che mozza il fiato
una dolcezza che ti tira su.”

(Romeo, primo atto, Shakespeare)

E’ Da Porto per primo a trasferire – per ovvie ragioni – la novella a Verona nel tempo di Bartolomeo della Scala. I due giovani si vedono, si innamorano, si giurano eternità. Poi la sfida, la morte del cugino, le accuse a Romeo bandito dalla città, la disperazione di Giulietta, il darsi la morte di entrambi: tutto viene immaginato da Da Porto e ripreso dal Bardo inglese che trasformerà la novella berico-scaligera venuta in suo possesso in una grande scenografia di versi endecasillabi con 25 personaggi. Consacrerà per sempre i Montecchi e i Capuleti e li consegnerà alla Storia. Gli esperti di letteratura, e il prof. Cecil H.Cloug che a lungo ha studiato il Da Porto, sono ormai concordi: la creazione è frutto di fantasia, ma i riferimenti e il contesto della vicenda rispecchiano esattamente il clima di quell’epoca.

E’ salendo lungo il sentiero diretto ai castelli di Montecchio che si possono immaginare ancora

“le voci degli amanti/ sommessa musicalità d’argento/dolcissima all’orecchio che l’esalta”.

(Romeo, atto secondo, Shakespeare, trad.Goffredo Raponi)

e trovarsi sorpresi dalla forza della loro modernità.
Abbandonati troppo a lungo, i castelli di Montecchio, registrano un primo restauro nel 1886. Di nuovo restaurati dall’Ente provinciale del turismo che costruì anche la strada di accesso tra il 1936 e il 1939, celebrati con 14 episodi della novella del Da Porto nella taverna del castello di Giulietta, sono tornati alla proprietà del Comune di Montecchio Maggiore nel 1968. Tra il 1972 e ’73 nuovi interventi sono stati realizzati nelle due rocche: quella di Romeo utilizzata per spettacoli estivi, quella di Giulietta come ristorante.
I Castelli tornano a vivere, sempre di più, anche grazie alla storia d’amore che li ha sempre abitati.

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